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giovedì 1 marzo 2012

Dalle maschere alle protesi

Le maschere sono state fino al secolo ’800 un “indumento” importante sia per le persone meno agiate che per quelle più agiate oltre che per gli attori e professionisti dello spettacolo. La loro funzione era non solo evocativa, esorcizzante o rappresentativa ma anche sociale. Di fatto dai Re alle Regine, dai sacerdoti ai politici, dai guerrieri ai mercanti, l’utilizzo della maschera poneva in atto una relazione di contenuti espressa e che, manifestando fin da subito la rappresentazione caratteriale e materiale sia delle posizioni sociali sia delle intenzioni sociali, mirava a coprire ciò che realmente era bello ovvero determinato dalla sostanza spirituale e dalle abilità intelletive nonchè dalle virtù morali di coloro che si “incontravano”. La bellezza era definita non già dall’apparenza evidente di ciò che ci copre, rappresentando in ciò l’aspetto fisico, ma dalle azioni e dai contenuti dell’anima che si scopre.
Dal secolo XIX° l’attenzione si è sempre più spostata sull’apparenza materiale, la forma fisica di cui ciascuno è già posseduto, che un tempo era relegata ai poveri e agli schiavi non potendo possedere altro ne essere altro, quindi si è verificato uno scivolamento verso il basso del giudizio della bellezza dai contenuti e dalla sostanza all’aspetto e all’apparenza. Tutto ciò si ancor più acuito con l’avvento della mercificazione e del consumismo non solo ampliando il divario tra la sostanza e l’apparenza ma ancor più incoronando l’aspetto fisico a qualità primaria sia di bellezza che di potere sociale a discapito della qualità morale-intellettiva e dell’anima. Si è giunti così, oggigiorno, alla pratica medicale delle protesi che vanno a modificare ciò che si possiede attraverso i canoni di una bellezza e di una “presentabilità” convenzionali e omologate. entra così nell’anonimo. La bellezza è divenuta dunque un obbiettivo di scambio assumendo la qualità di merce e di consumo e perdendo la sua finalità d’essere un fine attraverso l’autenticità.
Divenuta replicabile e ponendosi esclusivamente come mezzo la bellezza ha acquisito un prezzo, decretando di fatto la sua fuoriuscita dalle virtù e dai fini spirituali dell’essere umano. La bellezza diventa consumabile e come tale effimera.

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