Le maschere sono state fino al secolo ’800 un “indumento” importante sia per le persone meno agiate che per quelle più agiate oltre che per gli attori e professionisti dello spettacolo. La loro funzione era non solo evocativa, esorcizzante o rappresentativa ma anche sociale. Di fatto dai Re alle Regine, dai sacerdoti ai politici, dai guerrieri ai mercanti, l’utilizzo della maschera poneva in atto una relazione di contenuti espressa e che, manifestando fin da subito la rappresentazione caratteriale e materiale sia delle posizioni sociali sia delle intenzioni sociali, mirava a coprire ciò che realmente era bello ovvero determinato dalla sostanza spirituale e dalle abilità intelletive nonchè dalle virtù morali di coloro che si “incontravano”. La bellezza era definita non già dall’apparenza evidente di ciò che ci copre, rappresentando in ciò l’aspetto fisico, ma dalle azioni e dai contenuti dell’anima che si scopre.
Dal secolo XIX° l’attenzione si è sempre più spostata sull’apparenza materiale, la forma fisica di cui ciascuno è già posseduto, che un tempo era relegata ai poveri e agli schiavi non potendo possedere altro ne essere altro, quindi si è verificato uno scivolamento verso il basso del giudizio della bellezza dai contenuti e dalla sostanza all’aspetto e all’apparenza. Tutto ciò si ancor più acuito con l’avvento della mercificazione e del consumismo non solo ampliando il divario tra la sostanza e l’apparenza ma ancor più incoronando l’aspetto fisico a qualità primaria sia di bellezza che di potere sociale a discapito della qualità morale-intellettiva e dell’anima. Si è giunti così, oggigiorno, alla pratica medicale delle protesi che vanno a modificare ciò che si possiede attraverso i canoni di una bellezza e di una “presentabilità” convenzionali e omologate. entra così nell’anonimo. La bellezza è divenuta dunque un obbiettivo di scambio assumendo la qualità di merce e di consumo e perdendo la sua finalità d’essere un fine attraverso l’autenticità.
Divenuta replicabile e ponendosi esclusivamente come mezzo la bellezza ha acquisito un prezzo, decretando di fatto la sua fuoriuscita dalle virtù e dai fini spirituali dell’essere umano. La bellezza diventa consumabile e come tale effimera.
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giovedì 1 marzo 2012
La censura delle parole che aprono al futuro
Nel linguaggio dei massmedia e, conseguentemente, nel linguaggio quotidiano e, soprattutto, nel linguaggio politico sono state censurate la maggior parte delle parole che aprono al futuro, intendo quelle parole che descrivono un azione o un’idea che non si esaurusce nel qui ed ora o comunue nel presente o futuro immediato più che prossimo ma che indicano un percorso, una volontà e un’intenzione che prescinde dai risultati immediati. Esempi di queste parole censurate sono:La Gloria; La Grazia; La lealtà; L’onore.
Tutte queste parole hanno in comune la determinazione ad abitare un’etica ed a perseguire un’idea che è priva di certezza ma non per questo priva di senso e importanza, anzi è proprio attraverso la loro azione evocatrice che compiono la loro maggiore importanza, invitando attraverso il loro esempio, generando condivisione, partecipazione, discussione e soprattutto trasformazione.
Le parole per loro natura posono essere strumentalizzate, per questo è stato possibile relegarle a linguaggi “altri” quali quelli appartenenti alla religione, alla letteratura, alla saggistica. In questo modo è possibile effettuare uno “scarto” di tutte quelle parole che fanno paura perchè propulsive di cambiamento e di valori ma che scontano una mancata redditività immediata e, quindi, non portano privilegio e utilità.
Il senso più profondo della censura è forse proprio nel controllo del linguaggio.
Tutte queste parole hanno in comune la determinazione ad abitare un’etica ed a perseguire un’idea che è priva di certezza ma non per questo priva di senso e importanza, anzi è proprio attraverso la loro azione evocatrice che compiono la loro maggiore importanza, invitando attraverso il loro esempio, generando condivisione, partecipazione, discussione e soprattutto trasformazione.
Le parole per loro natura posono essere strumentalizzate, per questo è stato possibile relegarle a linguaggi “altri” quali quelli appartenenti alla religione, alla letteratura, alla saggistica. In questo modo è possibile effettuare uno “scarto” di tutte quelle parole che fanno paura perchè propulsive di cambiamento e di valori ma che scontano una mancata redditività immediata e, quindi, non portano privilegio e utilità.
Il senso più profondo della censura è forse proprio nel controllo del linguaggio.
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